Мадина Федосова – L’Andana della Signora Lucia (страница 7)
Tornò in lavanderia. Si sedette sulla sedia. Versò il caffè. Bevve un sorso.
Oltre il vetro balenò un’ombra. Qualcuno scendeva i gradini.
Lucia sospirò, si aggiustò il grembiule e si preparò ad ascoltare ancora.
Capitolo 3
Il cappotto che ricordava la guerra
Dopo mezzogiorno a Trastevere il sole diventa pesante.
Non è più dorato come al mattino, ma bianco, denso, quasi tangibile. Si posa sulle pietre, sui muri, sulle persiane sbiadite, sulla biancheria che si asciuga nei cortili, e per questo la biancheria sembra non solo tessuto, ma qualcosa di vivo, che respira, riscaldato fino alla temperatura del corpo umano.
In lavanderia, a quest’ora, c’è sempre silenzio. La gente pranza, poi dorme la siesta, poi si sveglia lentamente, beve il caffè, fuma davanti alle finestre aperte, si chiama da una parte all’altra della strada. La città si ferma, per poi riesplodere dopo due ore con grida, risate, litigi, rumore di stoviglie, rombo di motorini.
Anche Lucia riposa.
È seduta sulla sua sedia vicino al bancone, beve la quarta tazza di caffè e guarda fuori dalla finestra. Oltre il vetro opaco passano ombre – rade, lente. Chi va in lavanderia durante la siesta? Solo chi non ce la fa più. Chi ha dentro una tempesta tale che nessun caldo fa paura.
Lo vide da mezzo isolato.
Alto, magro, con un cappotto. In agosto. Con il caldo romano, quando la pietra si scioglie e l’aria trema sopra la strada – con un cappotto. Grigio scuro, lungo, chiaramente non della sua taglia, che gli pendeva addosso come su una gruccia. Camminava lentamente, ma non come un vecchio – come uno che porta qualcosa di pesante. Non tra le braccia, ma dentro.
Lucia posò la tazza e si avvicinò alla porta.
Lui scese i gradini – tre passi, fermata, ancora un passo, ancora. Si fermò davanti alla porta, senza decidersi a entrare. Poi alzò la mano e bussò.
Il bussare era sommesso, incerto, quasi infantile.
Lucia aprì.
Un uomo. Quarant’anni, forse qualcuno in più. Viso segnato, occhiaie scure sotto gli occhi, non rasato da alcuni giorni. Occhi – vuoti, che guardavano oltre, lontano, dove non c’era nessuno. Capelli castano chiari, lunghi, spettinati, che gli cadevano sulla fronte. Vestito poveramente, ma non da mendicante – semplicemente stanco, semplicemente indifferente a se stesso.
Cappotto. Vecchio, consumato, di spalla altrui. Sul risvolto – un forellino, il segno di un distintivo o di una spilla, tolta da tempo. Il cappotto odorava – Lucia colse quell’odore subito, appena varcò la soglia. Odore di umido, odore di stazioni, odore di lungo viaggio e di qualcos’altro a cui non trovò subito un nome.
– Signora, – disse l’uomo. Voce rauca, spezzata, come se non parlasse da molto tempo. – Devo lavare.
Lucia indicò il bancone.
– Prego, entri.
Lui entrò. Si fermò in mezzo alla lavanderia, si guardò intorno – ma non come il vecchio del capitolo precedente, non con interesse, ma solo per capire dove fosse. Poi si avvicinò al bancone, si fermò, abbassò le spalle.
– Posso lavare il cappotto? – chiese.
Lucia guardò il cappotto. Era sporco, sì. Ma non era quello l’importante. L’importante era come lo portava. Come era diventato parte di lui, una seconda pelle che non toglieva da mesi.
– Può, – disse Lucia. – Se lo toglie?
L’uomo si immobilizzò. Guardò le sue mani, come se solo allora capisse di avere qualcosa addosso.
– Io… – cominciò e si fermò.
Lucia aspettava.
– Non posso toglierlo, – disse infine. – Capisce? Non posso. È come se… si fosse attaccato.
La sua voce tremò.
– Allora perché lavarlo? – chiese Lucia.
Lui alzò gli occhi su di lei. C’era così tanto dolore in quegli occhi che Lucia distolse lo sguardo per prima.
– Perché è sporco, – disse lui. – Molto sporco. E non posso toglierlo. Ci ho provato. Ogni notte ci provo. E non ci riesco.
Lucia taceva.
– Ci dormo dentro da tre mesi, – disse lui. – Da tre mesi non me lo tolgo. Non ho altro addosso. Solo questo cappotto. Ed è sporco. Puzza. Puzzo anch’io. Sono andato in chiesa, là sa d’incenso e di pulito, e io puzzo, e la gente si volta dall’altra parte. Sono andato in stazione, volevo prendere un treno, andare via da qualche parte, ma non mi hanno fatto salire perché ero sporco e facevo paura. Sono andato al mare, pensavo che l’acqua mi avrebbe lavato, ma l’acqua non lava, lava solo la superficie, ma dentro…
Tacque, perché la voce gli si ruppe in un rantolo.
Lucia si avvicinò ai fornelli. Versò il caffè. Glielo mise davanti.
– Beva.
Lui prese la tazza. Le sue mani tremavano così forte che il caffè schizzava oltre l’orlo, ma beveva, scottandosi, senza sentire.
– Quanto che non mangia? – chiese Lucia.
Lui scosse la testa.
– Tre giorni. Forse quattro. Non ricordo.
Lucia andò nella stanzetta dietro la lavanderia, dove aveva il fornello e il frigorifero. Tornò dopo un minuto con un piatto. Pasta, di ieri, ma ancora buona, con salsa di pomodoro e basilico. Gliela mise davanti.
– Mangi.
Lui guardò il piatto come se fosse un miracolo.
– Non ho soldi, – disse.
– Non chiedo soldi. Mangi.
Lui mangiò. Prima con cautela, come se avesse paura che il cibo sparisse, poi con avidità, in fretta, soffocandosi, versando la salsa sul cappotto.
Lucia guardava.
Fuori passò un motorino. Da qualche parte gridò un bambino. Una donna chiamava il marito per pranzo. Un giorno qualunque a Trastevere.
L’uomo finì. Pulì il piatto con un pezzo di pane, mangiò anche quello. Guardò Lucia.
– Grazie, – disse. – Renderò. Glieli renderò di sicuro.
– Non serve, – disse Lucia. – Racconti.
Lui la guardò a lungo.
– Cosa devo raccontare?
– Tutto. O niente. Come vuole. Ma se vuole che lavi il cappotto, dovrà toglierselo. E per toglierlo, bisogna capire perché si è attaccato.
L’uomo tacque a lungo. Guardava il muro, la finestra, la tazza di caffè ormai freddo. Poi cominciò a parlare.
– Mi chiamo Andrea. Vengo da Udine, al nord. Lì ci sono le montagne, fa freddo, nevica. Avevo una famiglia. Moglie, figlia. Mia figlia aveva cinque anni. Le piaceva quando la prendevo sulle spalle e giravo per la stanza. Rideva così forte che faceva tremare i vetri.
Tacque. Riprese fiato.
– Un anno fa sono partite per andare da mia madre. In montagna. In macchina. Io non sono partito, avevo lavoro. Ho detto: andate, vengo dopo. Sono partite. E al passo… un camion. L’autista si è addormentato. È finito nella corsia opposta.
Lucia chiuse gli occhi. Sapeva cosa sarebbe successo.
– Non ci sono più, – disse Andrea. La sua voce era piatta, terribilmente piatta. – Tutte e due. Subito. L’autista del camion è sopravvissuto. È stato in prigione sei mesi, l’hanno rilasciato. E le mie non ci sono più.
Guardò le sue mani.
– Non sono andato al funerale. Non ce l’ho fatta. Sono stato seduto in casa tre giorni a guardare il muro. Poi sono uscito. Sono andato dove mi portavano gli occhi. Camminavo, camminavo, camminavo. Sono finito a Milano. Poi a Genova. Poi qui, a Roma. Non ricordo come ho camminato. Camminavo e basta.
Accarezzò la manica del cappotto.