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Мадина Федосова – L’Andana della Signora Lucia (страница 5)

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Tacque, riprese fiato.

– Per sei anni l’ho corteggiata. Sei anni, signora. Era severa, di buona famiglia. Suo padre, che Dio lo abbia in gloria, mi controllava come una spia al confine. E lei mi guardava dalla finestra e sorrideva.

Lucia ascoltava. Non interrompeva.

– Nel ’54 avevo messo da abbastanza. Risparmiavo ogni lira, a volte non mangiavo pur di risparmiare. Comprai questa camicia – la più cara che trovai. E andai da suo padre a chiedere la sua mano.

Rise tra sé.

– Ero così emozionato che la camicia si era inzuppata di sudore. Sto lì davanti a lui, bagnato come un topo, e lui mi guarda e tace. Un minuto tace, due, tre. Già pensavo – ecco, mi caccerà. Invece si alzò, mi si avvicinò e disse: «Abbine cura. È l’unica che ho».

Il vecchio tacque. In lavanderia era silenzioso, solo le macchine ronzavano e la macchina del caffè sibilava.

– Il matrimonio fu a giugno. Faceva caldo come all’inferno. Tutti i vicini scesero in cortile, imbandirono tavoli, ognuno portò qualcosa – chi pollo, chi vino, chi pane. Suo zio suonava la fisarmonica, ballammo fino all’alba. E io ero con questa camicia. Nuova. Bianca. Felice.

Guardò Lucia.

– Non l’ho più messa. L’ho conservata. Per un’occasione speciale. E l’occasione speciale non arrivava mai. Nacquero i figli – pensavo, ecco adesso la metto. Invece no, mi vergognai. Nacquero i nipoti – di nuovo non la misi. Anniversari – quarant’anni, cinquanta, sessanta – ogni volta la tiravo fuori, la guardavo, la accarezzavo e la riponevo.

Scosse la testa.

– E adesso è tardi. Non ci entro più. E non c’è nemmeno dove. Tutti quelli con cui avrei voluto indossarla sono già lì.

Indicò il cielo con un dito.

Lucia annuì.

– Vuole che la lavi?

– Voglio che la lavi, – disse il vecchio. – E la stiri. Bene, come sa fare lei. Che torni come nuova.

– Per cosa?

Il vecchio tacque. Guardò la camicia a lungo.

– Per me, – disse piano. – Per farmi seppellire con questa.

La sua voce non tremò. Lo disse semplicemente, come si parla del tempo o della necessità di comprare il pane.

Lucia prese la camicia in mano. Il tessuto era sottile, vecchio, ma resistente – buon lavoro, fatto a regola d’arte. Sapeva di naftalina, polvere e qualcos’altro di indefinibile – tempo, forse, o memoria.

– Da quanto tempo è lì?

– Quarant’anni. Dopo la morte di mia moglie non ho più aperto l’armadio. Pensavo, lasciamolo lì finché non arrivo anch’io. Ieri l’ho aperto. L’ho tirata fuori. L’ho annusata. Sapeva di…

Esitò.

– Di cosa sapeva? – chiese Lucia.

– Di giovinezza, – disse il vecchio. – Di giovinezza, signora. E di lei.

Si voltò verso la finestra, perché Lucia non vedesse i suoi occhi.

Lei si avvicinò ai fornelli, versò il caffè in una tazza pulita. Gliela mise davanti.

– Beva. Io intanto guardo.

Il vecchio prese la tazza. Le mani tremavano, il caffè schizzava oltre l’orlo, cadeva sul bancone. Bevve un sorso, chiuse gli occhi.

– Buon caffè, – disse. – Come lo faceva mia moglie. Lei era del Sud, vicino Napoli. Lì il caffè è una cosa sacra.

Lucia distese la camicia sul bancone, esaminò ogni cucitura, ogni bottone. Uno teneva per un filo, stava per staccarsi. Un altro era cucito storto, da mano maschile.

– I bottoni vanno ricuciti, – disse. – E il colletto va inamidato, che stia su. Come quel giorno.

– Faccia come si deve, – annuì il vecchio. – Mi hanno detto che lei capisce.

– Chi glielo ha detto?

– La gente. Noi vecchi abbiamo la nostra rete. Sara all’angolo ha detto, lei lava i suoi asciugamani. Il signor Enzo del terzo piano – lui porta le federe. Tutti dicono: vada da Lucia. Lei non lava soltanto. Lei ascolta.

Lucia scosse la testa.

– Io lavo. Il resto la gente se lo immagina da sola.

Il vecchio sorrise.

– Sarà così. Ma io sono venuto.

Lucia prese la camicia, andò al lavello. Aprì l’acqua – tiepida, non calda, non fredda, giusto quella giusta per il tessuto vecchio. La mano ricordava quella temperatura da sola, senza termometro.

Aggiunse sapone delicato – quello che faceva lei una volta al mese secondo vecchie ricette, con profumo di mandorla. Immerse la camicia.

– Laverà a mano? – si stupì il vecchio.

– A mano, – disse Lucia. – La macchina potrebbe strappare un tessuto così vecchio. E deve ancora servire.

– Servire dove?

Lucia lo guardò.

– Lì dove va lei. Dev’essere bella.

Il vecchio guardava le sue mani – segnate dal lavoro, con vene in rilievo – immergersi delicatamente nell’acqua, come passavano cautamente sul tessuto, portando via la polvere di quarant’anni.

– Lei è qui da molto? – chiese.

– Quarant’anni.

– Da sola?

– Da sola. Mio marito è morto.

– Tanto tempo fa?

– Vent’anni fa.

Il vecchio tacque. Beveva il caffè a piccoli sorsi.

– È dura da sola?

Lucia alzò le spalle.

– Ci sono abituata.

– Ha figli?

– No.

Il vecchio sospirò. A fondo, con un fischio.

– Io ho seppellito mia figlia, – disse. – Cinque anni fa. Aveva passato i sessanta, ma era sempre mia figlia. La cosa più terribile è seppellire i propri figli.

Lucia non rispose. Sciacquò la camicia, cambiò l’acqua. Prima l’acqua era torbida, grigia – andavano via gli anni, la polvere, la naftalina. Poi più chiara. Poi trasparente.

– Lo so, – disse infine. – Io non ho seppellito, ma lo so.

Il vecchio la guardò.