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Мадина Федосова – L’Andana della Signora Lucia (страница 1)

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L’Andana della Signora Lucia

Madina Fedosova

© Madina Fedosova, 2026

ISBN 978-5-0069-6064-0

Created with Ridero smart publishing system

Prefazione dell’Autrice

Questo libro è nato dagli odori.

Non l’ho capito subito. All’inizio mi sembrava che fosse nato dalle immagini: cortili italiani, vicoli stretti, persiane che sbattono al vento, il mare lontano che però lo senti. Poi ho pensato – dai suoni: il rombo dei motorini, le voci delle vicine che si chiamano da una finestra all’altra, lo sciabordio dell’acqua versata nelle bacinelle, lo stridere delle corde sotto il peso delle lenzuola bagnate.

Invece no. Tutto è cominciato dagli odori.

L’odore della biancheria pulita mescolato all’odore del caffè del mattino. L’odore del detersivo con una nota di limone e qualcos’altro di indefinibile, di italiano, che non si compra al supermercato – lo assorbi soltanto con l’aria. L’odore di vite altrui che si depositano sui tessuti: profumi, sudore, lacrime, vino, tabacco, latte di bambino, cloro da ospedale, salsedine.

Ero seduta in un piccolo bar davanti alla finestra, bevevo un caffè e guardavo il cortile di fronte. C’era una lavanderia. Non una moderna, con macchine lucide e sedie di plastica, ma una vecchia, con l’insegna sbiadita che ricordavano forse già le nonne delle vecchie di adesso.

E c’era una donna.

Stendeva il bucato. Non più giovane, con un vestito scuro, i capelli grigi raccolti in una crocchia severa. I suoi movimenti erano lenti ma precisi. Prendeva un lenzuolo, lo scuoteva con un gesto solo – e quello si sollevava sopra il cortile come una vela, trovava il suo posto sulla corda, si adagiava perfettamente, senza una piega. Poi una camicia. Poi delle pagliaccette. Poi della biancheria intima di pizzo, che stendeva con la stessa calma dignità con cui una monaca sfila il rosario.

La guardavo e non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso.

Quante vite erano passate attraverso quelle mani? Quante volte aveva visto la stessa scena: macchie che la gente portava sperando che l’acqua e il sapone facessero miracoli? Quanti segreti custodiva quella donna? Di cosa taceva, la sera, quando rimaneva sola nel cortile, tra il bucato asciugato durante il giorno, e beveva il suo caffè guardando il cielo che imbruniva?

Non sapevo il suo nome. L’ho chiamata Lucia.

Sono passati mesi prima che decidessi di scrivere questo libro. Pensavo a lei, alla sua lavanderia, alle persone che varcavano la sua soglia. Inventavo loro volti, nomi, destini. Mi chiedevo: perché vengono? Cosa cercano in questa piccola officina della pulizia? E un giorno l’ho capito.

Non vengono per lavare i vestiti.

Vengono per lavarsi l’anima.

Perché c’è uno sporco che non si vede. Lo sporco dei rancori portati per anni. Lo sporco del senso di colpa che corrode da dentro. Lo sporco della vergogna che nessun detersivo può togliere. E ci sono donne come Lucia, che sanno guardare questo sporco senza voltarsi dall’altra parte. Che lo prendono in mano, lo sciacquano in acqua pulita, lo asciugano al sole e lo restituiscono – pulito.

Non perché siano sante. Ma perché sanno: lo sporco è solo sporco. La pulizia è una scelta.

In questo libro non c’è un solo sentimento inventato. Tutte le storie che leggerete sarebbero potute succedere davvero. Non le ho scritte prendendo spunto da persone reali, ma le ho scritte partendo dalla verità. Perché lo sporco e la pulizia, la vergogna e il perdono, l’amore e le perdite, la speranza e la disperazione – sono cose che esistono in ognuno di noi. A Roma, a Mosca, in qualsiasi città del mondo. Abbiamo tutti delle macchie. Sogniamo tutti di diventare puliti.

Entrate.

Qui odora di verità.

Madina Fedosova

Prologo

Roma. Quartiere Trastevere.

Un vicolo stretto, dove le case sono così vicine che puoi stringere la mano al vicino senza uscire dalla finestra. Sanpietrini levigati fino a brillare da milioni di piedi. Persiane sbiadite al colore dell’ocra sbiadita dal sole. Gatti sui davanzali. Gerani nei vasi. E un odore – sempre un qualche odore: a volte di pane appena sfornato dal fornaio all’angolo, a volte di pesce fritto, a volte semplicemente di mattino.

In mezzo a questo vicolo, nel cuore di Trastevere, ci sono tre gradini di pietra che scendono verso il basso.

Sono gradini vecchi, consumati nel mezzo, come se centinaia di persone fossero scese così spesso da aver scavato la pietra. Sopra i gradini, un’insegna sbiadita. Le lettere sono quasi cancellate, ma la gente del posto lo sa: c’è scritto «Lavanderia».

La porta è di vetro, opaca per il tempo, con una crepa nell’angolo sinistro. Dietro si intravede sempre del vapore.

Se scendi ed entri, la prima cosa che ti colpisce è l’odore di detersivo, ammorbidente e caffè. Il caffè qui lo fanno in continuazione, in una piccola caffettiera sul fornello a gas nell’angolo. La seconda cosa che noti è il silenzio. Non un silenzio vuoto, ma pieno. In quel silenzio, il rumore delle vecchie lavatrici sembra il respiro di un essere vivente.

Lungo le pareti ci sono scaffali. Su di essi, pile di biancheria, contrassegnate per giorno della settimana. Lunedì: lenzuola della signora Rosa. Martedì: camicie della famiglia Moretti. Mercoledì: asciugamani dell’hotel all’angolo. Giovedì: vestiti dei bambini. Venerdì: tutto il resto.

Dietro gli scaffali, una porta che dà su un cortiletto interno. Là, sotto corde tese, si asciuga il bucato. Lenzuola bianche si gonfiano al vento come vele di navi pronte a salpare verso il cielo. Tra di loro cammina una donna.

Il suo nome è Lucia.

Ha 62 anni. I capelli grigi raccolti in una crocchia severa e mani che sanno il fatto loro: mani segnate dal lavoro, con vene in rilievo, ma sorprendentemente delicate quando toccano un tessuto. Indossa un vestito scuro e un grembiule bianco, che cambia ogni giorno, anche se è sempre pulito.

Lucia apre la lavanderia alle sei del mattino. Da quarant’anni fa così. Da quarant’anni riceve la biancheria altrui. Da quarant’anni guarda le macchie che la gente porta.

Non chiede da dove vengono quelle macchie. Non dà consigli se non glieli chiedono. Si limita a lavare. E qualche volta parla.

E quando parla, la gente se lo ricorda per tutta la vita.

Perché Lucia non vede il tessuto. Vede quello che c’è dietro.

Una macchia di vino non è solo una macchia. È un litigio che dura da vent’anni. Un segno di rossetto sul colletto non è solo un segno. È la fine di un amore o il suo inizio. La bava di un bambino sulla federa non è solo bava. È la notte insonne di una madre che non ricorda più quand’è stata l’ultima volta che ha dormito.

Lucia lava tutto.

E restituisce pulito.

In questa città dove tutti si conoscono, la lavanderia della signora Lucia è un posto speciale. Qui non si viene solo per la biancheria pulita. Qui si viene quando dentro è così sporco che non si riesce più a lavarsi da soli.

Oggi è lunedì mattina.

Lucia accende il gas sotto la caffettiera. Il caffè bolle, la schiuma si alza. Lo toglie dal fuoco, lo versa in una tazzina, fa un primo sorso. Fuori dalla finestra, Roma si sveglia. Da qualche parte in lontananza si sente il clacson di un autobus. Da qualche parte vicino, la voce di una vicina che sta già litigando con il pescivendolo.

Lucia guarda la porta.

Presto arriveranno i primi.

Non sa chi sarà oggi. Non sa con quale dolore verranno. Non sa cosa vedranno i suoi occhi.

Ma è pronta.

Il caffè è finito. La tazzina risciacquata. Le mani asciugate sul grembiule.

La lavanderia è aperta.

Entrate.

Qui odora di speranza.

Parte prima Il mattino Capitolo 1 Lenzuola con il rossetto

Lei entrò alle sette e trenta del mattino.

Lucia lo capì dal rumore. In quarant’anni di lavoro in lavanderia aveva imparato a sentire le persone ancor prima che aprissero la porta. I passi sulla strada, la pausa prima dei gradini, il respiro mentre scendevano. Ognuno arriva a modo suo. Quelli sicuri battono i tacchi veloci e forti. I colpevoli si fermano davanti alla porta, e Lucia fa in tempo a versare il caffè mentre loro si decidono. I confusi spingono la porta dal lato sbagliato, tirano, poi spingono di nuovo.

Questa spinse decisa. Troppo decisa. La maniglia della vecchia porta s’inceppa sempre se tiri, devi premere un po’ in giù e spingere con la spalla. Quelli del posto lo sanno, ci sono abituati da decenni. I turisti fanno fatica, bestemmiano, a volte se ne vanno senza entrare. Questa non era una turista, vestita semplice, senza lustro cittadino. Ma nemmeno del posto. La gente del posto alle sette e mezza del mattino o dorme ancora, o è già seduta in cucina con la prima tazza di caffè, guarda dalla finestra il vicolo che si sveglia, ascolta la vicina di sopra che comincia a litigare col marito, il motorino che si accende in lontananza. Quelli del posto non corrono in lavanderia con quell’aria da finimondo.

Lucia non si girò. Era in fondo al bancone, sistemava le ricevute della settimana scorsa. Le carte sapevano d’inchiostro da stampa e polvere, mescolati all’odore eterno del detersivo. La macchina del caffè sibilava, buttando vapore. Fuori dalla finestra, attraverso il vetro opaco, filtrava il sole del mattino, disegnando strisce dorate sul pavimento di pietra.