реклама
Бургер менюБургер меню

Святослав Альбирео – Solo Per Uno Schiavo (страница 11)

18

“Tipo? Cos’è che potresti fare? Sentiamo.”

“Sdraiatevi, mio Signore,” suggerì, seducente. “Giuro che non digrignerò i denti.”

“Lo farai senza accorgertene, è un riflesso,” rispose Gene. Però, ovviamente, ci si sdraiò eccome sulle lenzuola. Patetico. Faceva solo perdere tempo, con quei capricci.

Però, fece qualcosa di inaspettato. Si rialzò subito.

“Prima, facciamo qualcosa per questa faccia. Stai qui.”

E si allontanò. Lasciando un Alon basito. Che si fosse sbagliato? Macché, sicuro andava a prendere uno spaccadenti o qualche altro attrezzo bondage.

Ma la Bestia si sbagliava.

Di Nuovo.

Gene era andato a cercare un SalvaGente. Quello Schiavo ne aveva un enorme bisogno. Rientrò nel salotto, dove i suoi colleghi erano tutti presi dall’orgia più triste della storia. Sollevò gli occhi al cielo. Sempre lo stesso teatrino.

Una volta tornato in camera, si occupò delle abrasioni di Alon. Ogni tanto schioccava la lingua. Lo Schiavo non si mosse mai. Era troppo scioccato per qualsiasi cosa. Ma veramente lo stava medicando?! Stava dormendo? Era morto e quella era una sorta di anticamera per l’Inferno?

Quando il Padrone finì, si lasciò di nuovo cadere sul letto.

“Devi essere affamato,” chiese, poi, fissando il soffitto.

“Se il Padrone me lo permette, sarò pieno del suo sperma,” suggerì Alon, aggrappandosi a ogni idea gli saltasse in testa. Quello non era un Padrone come gli altri. Che cazzo doveva fare?!

Iniziò a massaggiare i piedi dell’uomo. Prima con le mani. Poi, con la lingua. Lo baciò ovunque. Disegnò un percorso, dalle caviglie all’inguine. Infine, fece scivolare il cazzo del Padrone fino in fondo alla gola. Le sue dita gli massaggiarono glutei e cosce, mentre faceva roteare la lingua sulla punta.

Dal canto suo, Alon sfregava i suoi poveri testicoli contro la gamba di Gene.

L'uomo gemette, stanco. Alon cercava di dargli più piacere possibile, in segno di gratitudine. E in segno di che-cazzo-faccio-houston-abbiamo-un-problema.

Quando sembrò venire, lo Schiavo strinse i testicoli e la base del pene. Impedendogli di svuotarsi, gli si mise a cavalcioni e si infilò il cazzo nello sfintere. Non era più massacrato, ma non aveva avuto bisogno di alcun lubrificante. Poi, strinse le natiche e cominciò a dondolarsi.

Alon sapeva che Gene era un tipo silenzioso. Era l’unica cosa che sapeva di lui, in realtà.

Era la prima volta che scopavano, ma l’aveva visto durante orge varie. Non si capiva mai quando stesse per venire. Nessuna tensione, nessun corrucciamento di sopracciglia, niente. Nemmeno dopo riusciva a rilassarsi.

Non era una persona comune.

In tutto ciò, Gene iniziò a masturbarlo. Lo fece intensamente, osservando ogni minimo dettaglio. Significava pericolo. Gli era venuta in mente qualche idea. E poteva sfociare in dramma.

All’improvviso, Alon sentì dolore. Ecco perché così attento. Lo stava aspettando, il digrignamento. Ma Alon ne sapeva una più del Diavolo. Usando il trucchetto di poco prima, aprì la bocca e mascherò le smorfie di dolore in smorfie di piacere. Si muoveva brusco, poi lento. Faceva palpitare l’ano, poi lo apriva del tutto. Sempre muovendosi avanti e indietro, su e giù. Dopo il trattamento di Aletta, gli risultò molto facile. Gene sembrò apprezzare, perché venne pochi minuti dopo. Lo capì dalla sborra che gli colpì le pareti interne, perché dalla faccia avrebbe potuto benissimo trovarsi alla fermata dell’autobus.

Alon strinse subito i glutei, intrappolando quella carne turgida fino all’ultimo.

“Oh, mio Dio,” ansimò Gene.

Il robot aveva parlato. Alon non osò muoversi.

L’aveva mica rotto?

Forse che sì, forse che no.

Aspettava un ordine, uno qualsiasi. Non voleva lasciare quella stanza, però. Quindi, ondeggiò ancora una volta. Nel dubbio, meglio essere sicuri.

“Un po’ oscurantista, questa mancanza di sadismo,” commentò Gene. “Ma starai sicuramente morendo dalla voglia.”

E afferrò il cazzo duro dello Schiavo. Quello venne subito. I tremori di dolore mascherati da esperti lamenti di piacere. Gene sembrò cascarci. Alla fine, non era poi chissà quanto diverso dagli altri.

“Va bene,” disse, poi. “Allora, le palle, le tagliamo al novellino. Okay?”

Alon s’irrigidì. Sapeva perfettamente a quale novellino si stesse riferendo.

“E se fosse già col suo protettore?” domandò la Bestia, con tutta la nonchalance di cui era capace.

Poi, aggiunse, “Se volete, Padrone, potete tagliare me.”

Era estremo, ma doveva assolutamente tenere tutti loro lontano da Ad. Alla finfine, che caspio erano un paio di testicoli? Poteva vivere senza.

“Oh, non è che faccia differenza -per me- chi tagliare,” disse. “Ma che ti prende, però? Prima non vuoi, poi vuoi. Io boh.”

Alon era esausto. Mentalmente esausto. Quel Padrone lo stava portando al manicomio. Ma doveva tentarle tutte.

“Padrone, col dovuto rispetto, quel novellino non sa proprio com’è che si scopa!”

“Gli insegneremo.”

“Ma sarà noioso!”

“E chi è che non è noioso, di grazia?” rispose Gene. “Sarà comunque molto piacevole, da guardare.”

“Dopo il primo utilizzo, non sarà più così bello.”

“Vedremo. Se non ci piace, lo butteremo via. Dovrò dire ad Aletta di accendere la cinepresa, al ballo. Sarai ripreso, mentre lo punirai. Sarà un bel film, degno di Kubrik.”

“Il Padrone non sarà presente di persona?”

“No, ho un affare urgente. Proprio a quell’ora. E, detto tra noi, dubito Stine riesca a trovare questo novellino. Fa tanto il macho, ma non vale nulla.”

“Cosa devo fare, quindi, Padrone? Per non rovinare tutto?”

“Oh, non saprei,” sospirò Gene. “Chiunque sia, scopatelo a sangue. O qualcosa del genere. Pisciagli addosso. Meglio! Pisciagli in bocca, mentre te lo succhia!”

Poi, fece schioccare la lingua.

“Potresti buttargli giù i denti. E prenderlo a calci nelle palle. Le solite cose, insomma,” terminò Gene.

Sì, le solite cose trite e ritrite. Di nuovo, non così diverso.

“Vi ringrazio, Signore,” disse Alon, comunque, senza la minima intenzione di mettere in pratica quei consigli.

“Figurati. E ricordati di raccoglierti i capelli. Voglio vedere i tuoi occhi, durante l’opera.”

“Sarà fatto, Padrone.”

CAPITOLO OTTO

Prima di cena, Aletta fece un clistere -in via preventiva- ad Alon. La Compagnia si diede appuntamento, subito dopo, al ballo. Lì, il giovane Ad stava già dettando legge sulla pista. La Bestia si guardava, erratico, attorno. Era alla ricerca di una persona, una sola, che potesse anche solo lontanamente essere spacciata per un Protettore degno di una tale bellezza. Ne trovò un bel po’ e tutti, -tutti- la fissavano, quella bellezza.

“Eccolo lì,” sibilò, maligno, Amir.

Aletta colpì Alon sulla nuca.

“Datti da fare,” gli disse. “O mi darò da fare io, col tuo amico di gomma.”

Le minacce della Padrona non erano mai vane. Quella, nello specifico, l’aveva già attuata. Lei, placidamente addormentata. E lui, tutta la notte a pecorina, inesorabilmente pieno di quel mostro sintetico.

Si mosse tra la folla, infastidito. L’idea di umiliare -di nuovo- Ad, in pubblica piazza, lo faceva sentire uno schifo. Non era riuscito a salvarlo la prima volta e doveva sottoporlo a nuovi, imbarazzanti, pericoli. Però, quando se lo trovò davanti, non poté fare a meno di essere felice. Era così bello, sarebbe rimasto ore a guardarlo. Ma non fece in tempo ad assaporare quel momento, che venne circondato da dozzine di uomini e donne. Tutti sorridenti, tutti che tentavano di attirare la sua attenzione, tutti che volevano ballare con lui. La Bestia, però, aveva una missione. Non si fermò e si avvicinò ulteriormente al ragazzo. Ballava da solo. O, almeno, ci stava provando. Un tizio assurdo lo stava letteralmente trascinando a sé. Lui resisteva, ma per quell’uomo -essendo maschio- “No sembrava significare “ e “Sparisci lo percepiva come “Prendimi, sono tuo. Ad aprì gli occhi, pronto a graffiare quel proto-stupratore. Quando, d’improvviso, vide Alon. E avrebbe sì voluto graffiare, ma in tutt’altra maniera. I due si guardarono e tutto il resto sparì. Alon abbracciò quel corpo sottile, baciandolo sul collo. L’altro si strusciò lascivo su tutti quei muscoli ondeggianti.

“Dov'è il tuo protettore?”

“Proprio qui.”

Alon annuì, credendo che al Magnaccia piacesse guardare il suo ragazzo venire scopato da estranei. L’innocenza.

Quindi, lo sollevò e -una volta che quelle lunghe gambe furono saldamente allacciate alla sua vita- sussurrò, “Devo strapparteli di dosso o te li togli da solo?”

Ad rise di gusto. Alon si ritrovò a sorridere. Perché si sentiva sempre così bene, quando stava assieme a lui?