Святослав Альбирео – Solo Per Uno Schiavo (страница 3)
“Mia Signora, Voi siete la mia priorità. Ma non posso rifiutarmi, se un altro Padrone mi comanda. Sono uno Schiavo.
Nemmeno una nota di colore trasparì da quella voce.
Ma un brivido dolce percorse la schiena della donna, a sentire quelle parole.
Il Dio Pagano era talmente umiliato da essere stato costretto a giustificarsi.
“Sdraiati sul fianco,” gli ordinò.
Quello obbedì, subito. Sapeva cosa la donna voleva. Sapeva tutto in anticipo. Perché gli faceva sempre le stesse pallosissime richieste.
“Toccati, puttana, lo so che ti piace,” gli sibilò.
Lo Schiavo cominciò a toccarsi. Veloce, ma senza la minima passione.
“Mettici più impegno! E non dimenticarti i coglioni,” aggiunse Aletta, mentre gli spingeva la base rigida del guinzaglio nel culo già martoriato.
La Bestia iniziò ad ansimare.
“Fa male, Padrona. Fa tanto male.” Ed era vero. Ma non voleva certo che si fermasse. Il dolore era una consolazione. Solo così sapeva di essere ancora vivo.
“Vi prego, Signora,” implorò, poi, falsissimo.
E Aletta sorrise. Ci credeva davvero, povera stella.
“Pensi, forse, che non lo sappia? Non distrarti! Più forte!”
Stine, nel mentre, continuava a guardarsi attorno.
“Hai mica visto un ragazzo? Giovane, bellissimo, occhi rossi, sfrontato da morire.”
“Sì, era qui. Se n’è andato,” rispose la donna, facendo
“L’ho invitato al Tavolo, per cena.”
“Awww, ma quanto sei premuroso!”
E scoppiò a ridere, lo stesso suono di mille vetri in frantumi. Ossia,
Al stava tentando di venire, in fretta, ma quel rumore lo mise a dura prova. Voleva ascoltare i discorsi dei due Padroni, ma prima doveva portare a termine l’ordine ricevuto.
Quindi, si dedicò alle sue personali fantasie.
Un prato verde, tanti fiori bianchi, una scogliera stagliata sul cielo azzurro, una casetta dal tetto verde, un orticello, un amante grazioso, risate sulla spiaggia, tenersi per mano, ascoltare il Mare cristallino e i suoi misteriosi sussurri. Il sesso sarebbe stato piacevole. Niente forzature, niente manipolazioni. Nessuno dei due avrebbe provato dolore. L’amore avrebbe reso tutto fantastico, nient’altro. Avrebbe guardato il suo innamorato negli occhi, con rispetto, sempre. Gli avrebbe sorriso e goduto della sua felicità. L’avrebbe fatto stendere sull’erba, lo avrebbe baciato ovunque e poi-
Al diede un ultimo strattone e si venne in mano. Aletta buttò il guinzaglio per terra, mentre la Bestia riprendeva fiato.
“Vorresti guardare l'acqua?” gli chiese, soddisfatta.
“Sissignora,” sospirò lo Schiavo.
E Aletta recuperò il guinzaglio, legandolo al tavolo.
“Torno a prenderti prima di cena.”
“Grazie, Signora.”
La Padrona sentiva gli sguardi invidiosi delle altre donne su di sé.
Finalmente solo, lo Schiavo si guardò attorno.
Niente sedie.
Ovvio.
Ma anche se ci fossero state, non le avrebbe usate. Da seduto, non avrebbe potuto vedere l’Oceano. E se Aletta si fosse accorta che non stava obbedendo, avrebbe potuto decidere di inventarsi qualche altro
Le sue interiora si contrassero. Il dolore, stranamente, non era ancora scemato. Sussultò, quando si mosse troppo bruscamente. Fortuna che non c’era nessuno, a vedere che stava
Era diventato Schiavo all’età di otto anni. Prima, aveva vissuto in un orfanotrofio gestito dalla Chiesa. La stessa Chiesa che, poi, lo aveva introdotto al Mondo della Schiavitù della Contea di Dora. Firokami autorizzava le peggiori perversioni. Avere più di una confessione religiosa non era nulla di speciale. Nessuna era più importante di un’altra. I rappresentanti di ciascuna avevano gli stessi diritti e doveri. E le stesse depravazioni. Forse, erano pure più sregolati dei comuni mortali.
Quella era la sua vita, il suo stato sociale.
Talmente prezioso che non gli era nemmeno permesso di andarsene in giro da solo. Sempre legato, spesso rinchiuso. Non si poteva correre il rischio che venisse rubato. O, peggio, che scappasse. Perché lui, di fuggire, ci pensava continuamente.
Ma dove sarebbe andato? Cosa avrebbe fatto? Completamente nudo, senza denaro, senza la minima conoscenza. Forse, avrebbe potuto sopravvivere nella foresta. Ma come ci sarebbe arrivato? Fino a che punto sarebbe sopravvissuto? E quando l’avrebbero catturato? Non voleva pensarci.
Fantasticava su indipendenza ed emancipazione, ma non gli sembrava il caso di agire.
Da quando era bambino, gli era stato inculcato che fosse solo un giocattolo, nato per quel motivo ed esclusivamente quello. Era stato nutrito a pane e umiliazioni.
La verità era che aveva paura della Libertà. Non la conosceva. Come poteva mantenersi, da solo? Certo, sapeva cucinare e tenere pulito. Ma come avrebbe pagato la casa dove avrebbe vissuto? Non sapeva niente di concreto. L’ignoto lo spaventava più degli abusi subiti a Dora da tutti quei preti pedofili.
I suoi pensieri furono interrotti da un respiro affannoso.
Sicuramente l’ennesima Padrona che si toccava ammirando i suoi muscoli.
Si voltò subito, perché non sia mai che quella Padrona pensasse fosse un maleducato. Ma di fronte a lui, un altro Schiavo. Uno di lusso, con gli occhi che sembravano ciliegie. Faceva sicuramente parte dell’Élite di Firokami. Quel colore di occhi era troppo raro per non essere altrimenti.
Al gli sorrise. Erano colleghi, dopotutto. Non aveva nulla da temere dalla concorrenza.
Il ragazzo si avvicinò. Era bellissimo.
“Ciao,” disse, timido.
“Ciao,” rispose Al.
E il nuovo arrivato si insinuò accanto a lui. Senza invito.
“Ti fa male?” gli chiese, con dolcezza.
Al non aveva mai incontrato prima d'ora uno Schiavo D’Alto Borgo che si preoccupasse per gli altri. Avide puttane, li definiva Aletta. E, per quanto gli costasse ammetterlo, aveva ragione. Quei giovani amavano gioielli e lingotti. Li amavano più di loro stessi. Al era sempre più confuso. Il ragazzo gli accarezzò la guancia, dove il piscio si era incrostato. La Bestia sussultò. Si sentiva a disagio. Perché? Emozioni rischiose si stavano pericolosamente risvegliando in lui.
Scosse la testa, fissando il ragazzo. “No,” disse.
Quella fragile, perfetta bellezza lo fissava a sua volta.
“Cosa stai facendo?”
“Cerco di rimorchiarti,” grugnì il giovane, mentre respirava -a pieni polmoni- l’odore dell’altro.
“Qui?!” E Al si stupì di se stesso. Da quand’è che era diventato così timido?
“Certo che no! Andiamo nella mia cabina,” rispose il ragazzo, acido e seducente, mentre tirava il guinzaglio.
Quel corpo era
Si staccò.
“Sono uno Schiavo,” disse, aggrappandosi alle ultime vestigia del suo buonsenso.
“Lo vedo,” gli sorrise l’altro, accoccolandosi meglio tra le sue braccia.
Poi, il baratro.
Accadde tutto molto in fretta. Le mutandine sparirono, le gambe si spalancarono, la schiena si arcuò, le labbra gemettero. La Bestia si spingeva, nervosa, dentro quel culetto
“Di più, ti prego, ancora,” gli sussurrava quello, dopo ogni spinta.