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Морган Райс – Il Dono Della Battaglia (страница 9)

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Erec, infuriato, corse verso il forte ancora pieno zeppo di soldati. Percorse i gradini che lo costeggiavano, seguito da tutti i suoi uomini, e si scontrò con un soldato che correva scendendo verso di lui. Lo pugnalò al cuore proprio prima che questi potesse calare il suo martello con entrambe le mani sulla sua testa. Erec si fece da parte e il soldato, morto, rotolò giù dai gradini mentre lui passava oltre. Ne apparve un altro che cercò di colpire Erec prima che potesse reagire, ma Strom si fece avanti e con forte clangore e sprazzo di scintille bloccò il colpo prima che potesse raggiungere suo fratello. Poi diede un colpo al soldato con l’elsa della spada facendolo cadere tra le grida incontro alla propria morte.

Erec continuò la sua corsa facendo quattro gradini alla volta fino a raggiungere il livello più alto di quel forte di pietra. Le decine di soldati dell’Impero che restavano al piano superiore erano ora terrorizzati vedendo tutti i loro fratelli morti e quando videro che Erec e i suoi uomini giungevano in cima si voltarono e iniziarono a fuggire. Corsero verso la parte opposta del forte, verso le strade del villaggio, ma vennero accolti da una sorpresa: ora gli abitanti si erano fatti più coraggiosi. Le loro espressioni terrorizzate erano mutate in espressioni di rabbia e tutti insieme insorsero. Si rivoltarono contro i loro aguzzini dell’Impero strappando loro le fruste ed iniziando a colpire i soldati in fuga mentre correvano dall’altra parte.

I soldati dell’Impero non se l’aspettavano e uno alla volta caddero sotto le fruste degli schiavi. Gli schiavi continuarono a frustarli anche mentre giacevano al suolo, sempre di più fino a che smisero di muoversi. Giustizia era stata fatta.

Erec rimase fermo, in cima al forte, respirando affannosamente con i suoi uomini accanto, contemplando il tutto in silenzio. La battaglia era finita. In basso i frastornati abitanti ebbero bisogno di un minuto per rendersi conto di ciò che era successo, ma presto capirono.

Uno alla volta iniziarono ad esultare e forti grida di giubilo si levarono in cielo, sempre più alte, mentre i loro volti si colmavano di gioia. Erano grida di libertà. Erec sapeva che per questo ne era valsa la pena. Era questo che significava valore.

CAPITOLO SETTE

Godfrey sedeva sul pavimento di pietra nella stanza sotterranea del palazzo di Silis. Akorth, Fulton, Ario e Merek erano al suo fianco, Dray ai suoi piedi e Silis e i suoi uomini di fronte a loro. Sedevano tutti seri, con le teste basse, le mani incrociate attorno alle ginocchia, sapendo di trovarsi nel corso di una veglia funebre. La stanza tremava sotto i colpi della guerra che si stava svolgendo di sopra, dell’invasione di Volusia, del rumore della città che veniva saccheggiata riverberando nelle loro orecchie. Sedevano tutti lì, in attesa, mentre i Cavalieri del Sette facevano a pezzi Volusia sopra le loro teste.

Godfrey prese un’altra lunga sorsata dal fiasco di vino, l’ultimo rimasto nella città, cercando di annebbiare il dolore, la certezza della sua morte incombente per mano dell’Impero. Fissava i suoi piedi chiedendosi come si potesse essere giunti a tanto. Lune prima si trovava al sicuro e in salvo all’interno dell’Anello, bevendo a più non posso, senza alcun’altra preoccupazione se non quale taverna o bordello visitare ogni notte. Ed ora eccolo lì, dall’altra parte del mare, nell’Impero, intrappolato sottoterra in un città sotto assedio dopo essersi murato da sé nella propria bara.

Gli ronzava la testa mentre cercava di schiarirsi le idee e di concentrarsi. Percepiva ciò che i suoi amici stavano pensando, poteva sentire il disprezzo nei loro sguardi: non avrebbero mai dovuto ascoltarlo, sarebbero dovuti scappare quando ne avevano avuto la possibilità. Se non fossero tornati a prendere Silis avrebbero potuto raggiungere il porto, prendere una nave ed essere ora ben lontani da Volusia.

Godfrey cercava di trovare sollievo nel fatto che almeno avevano ripagato il favore e avevano salvato la vita di quella donna. Se non l’avesse raggiunta in tempo per avvisarla di scendere, sarebbe sicuramente rimasta lassù e ora sarebbe morta. Almeno era valso a qualcosa, anche se non era da lui.

“E ora?” chiese Akorth.

Godfrey si voltò e lo vide guardarlo con espressione accusatoria, dando voce alla domanda che stava sicuramente bruciando nella mente di tutti.

Godfrey si guardò attorno osservando la piccola e buia stanza dove le torce quasi estinte baluginavano. Le loro misere provviste e un fiasco di birra erano tutto ciò che avevano, sistemate in un angolo. Era un’attesa di morte. Poteva ancora sentire il rumore della guerra di sopra, anche attraverso quelle spesse mura, e si chiese quanto a lungo avrebbero potuto ancora evitare quell’invasione. Ore? Giorni? Quanto sarebbe passato prima che i Cavalieri del Sette conquistassero Volusia? Se ne sarebbero andati?

“Non è noi che stanno cercando,” osservò Godfrey. “Si tratta di Impero contro Impero. Hanno una vendetta da perpetrare contro Volusia. Noi non centriamo nulla.”

Silis scosse la testa.

“Occuperanno questo posto,” disse cupamente squarciando il silenzio con la sua voce forte. “I Cavalieri del Sette non si ritirano mai.”

Fecero tutti silenzio.

“Allora quanto possiamo vivere qua sotto?” chiese Merek.

Silis scosse la testa e diede un’occhiata alle loro provviste.

“Una settimana forse,” rispose.

Vi fu un improvviso e tremendo rimbombo da sopra e Godfrey rabbrividì sentendo il terreno tremare sotto di sé.

Silis balzò in piedi, agitata, e iniziò a camminare osservando il soffitto da dove iniziava a filtrare la polvere che ricadeva su di loro. Sembrava ci fosse stata una valanga di pietra sopra di loro e lei valutò la situazione da proprietaria preoccupata.

“Hanno distrutto il mio castello,” disse, parlando più con se stessa che con loro.

Godfrey vide un’espressione preoccupata sul suo volto e vi riconobbe l’aspetto di chi ha perso tutto ciò che aveva.

Silis si voltò a guardarlo con riconoscenza.

“Sarei là sopra adesso se non fosse stato per te. Ci hai salvato la vita.”

Godfrey sospirò.

“E per cosa?” chiese irritato. “Quale vantaggio ci ha portato? Di morire qua sotto?”

Silis apparve tetra.

“Se restiamo qui,” chiese Merek, “moriremo tutti?”

Silis si voltò verso di lui e annuì tristemente.

“Sì,” rispose inespressiva. “Non oggi o domani, ma nel giro di pochi giorni sì. Non possono arrivare quaggiù, ma noi non possiamo salire di sopra. Molto presto finiremo le provviste.”

“Allora cosa facciamo?” chiese Ario guardandola. “Hai in programma di morire qua sotto? Perché io proprio no.”

Silis continuò a camminare con la fronte corrugate e Godfrey vide che stava pensando profondamente.

Poi finalmente si fermò.

“C’è una possibilità,” disse. “È rischioso. Ma potrebbe anche funzionare.”

Si voltò a guardarli e Godfrey trattenne il respiro con speranza e anticipazione.

“Ai tempi di mio padre c’era un passaggio sotterraneo sotto il castello,” disse. “Passava attraverso le mura del palazzo. Potremmo trovarlo, se ancora esiste, e andarcene di notte, con la copertura dell’oscurità. Possiamo cercare di attraversare la città fino al porto. Possiamo prendere una delle mie navi, se ne sono rimaste, e andarcene da questo posto.”

Un lungo e insicuro silenzio calò nella stanza.

“Rischioso,” disse infine Merek con tono greve. “La città sarà piena di soldati dell’Impero. Come possiamo attraversarla senza essere uccisi?”

Silis scrollò le spalle.

“Vero,” disse. “Se ci prendono ci uccideranno. Ma se emergiamo quando è buio e uccidiamo tutti quelli che troviamo sulla nostra strada, forse raggiungeremo il porto.”

“E se troviamo il passaggio e raggiungiamo il porto e poi le tue navi non sono lì?” chiese Ario.

Lei lo guardò.

“Nessun piano è sicuro,” disse. “Potremmo benissimo morire là fuori, come potremmo morire qua sotto.”

“La morte arriva per tutti,” si intromise Godfrey sentendo un nuovo senso di convinzione mentre si alzava in piedi e guardava gli altri, provando una sensazione di risoluzione che sopraffaceva le sue paure. “Si tratta di come preferiamo morire: qua sotto nascosti come ratti? O là sopra diretti verso la nostra libertà?”

Lentamente, uno alla volta, anche gli altri si alzarono. Lo guardarono tutti e annuirono solennemente.

In quel momento capì che il piano era stato deciso: quella notte sarebbero fuggiti.

CAPITOLO OTTO

Loti e Loc camminavano fianco a fianco sotto il bruciante sole del deserto, incatenati l’uno all’altra e frustati dal supervisore dell’Impero alle loro spalle. Camminavano attraverso al desolazione e Loti si chiese ancora una volta perché suo fratello si fosse offerto volontario per quel pericoloso e faticosissimo lavoro. Era forse impazzito?

“Cosa stavi pensando?” gli sussurrò. Vennero spinti da dietro e mentre Loc perdeva l’equilibrio ed inciampava in avanti Loti lo prese per il braccio buono prima che cadesse.

“Perché avresti dovuto offrirci entrambi volontari?” chiese.

“Guarda avanti,” le disse riprendendo l’equilibrio. “Cosa vedi?”

Loti sollevò lo sguardo e non vide altro che monotono deserto che si allungava davanti a loro, pieno di schiavi, il terreno di dura roccia. Oltre a questo vide una salita che conduceva a un crinale in cima al quale lavoravano una decina di altri schiavi. Ovunque c’erano supervisori, il rumore delle fruste era pesante nell’aria.