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Габриэле д’Аннунцио – L’Innocente / Невинный. Книга для чтения на итальянском языке (страница 4)

18
Toi la bonté, toi le sourire, N’es tu pas le conseil aussi, Le bon conseil loyal et brave…

Ma io vedevo sul suo petto la camicia secondare il ritmo del respiro con una mollezza che incominciava a turbarmi come il fievole profumo di ireos esalato dai lenzuoli, e dai guanciali. Desiderai ed aspettai che ella, sorpresa da un subitaneo languore, mi cingesse il collo con un braccio e congiungesse la sua guancia alla mia così ch’io sentissi sfiorarmi dall’angolo della sua bocca. Ella pose l’indice affilato su la pagina e segnò con l’unghia il margine, guidando la mia lettura commossa.

La voix vous fut connue (et chère?) Mais à présent elle est voilée Comme une veuve désolée… Elle dit, la voix reconnue, Que la bonté c’est notre vie… Elle parle aussi de la gloire D’etre simple sans plus attendre, Et de noces d’or et du tendre Bonheur d’une paix sans victoire. Accueillez la voix qui persiste Dans son naïf épithalame. Allez, rien n’est meilleur à l’âme Que de faire une âme moins triste!

Io le presi il polso; e chinando il capo lentamente, fino a porre le labbra nel cavo della sua mano, mormorai:

– Tu… potresti dimenticare?

Ella mi chiuse la bocca, e pronunziò la sua gran parola:

– Silenzio.

Entrò mia madre annunziando la visita della signora Tàlice, in quel punto. Io lessi nel volto di Giuliana il fastidio, e anch’io fui preso da un’irritazione sorda contro l’importuna. Giuliana sospirò:

– Oh mio Dio!

– Dille che Giuliana riposa – io suggerii a mia madre con un accento quasi supplichevole.

Ella mi accennò che la visitatrice aspettava nella stanza contigua. Bisognò riceverla.

Questa signora Tàlice era d’una loquacità maligna e stucchevole. Mi guardava di tratto in tratto con un’aria curiosa. Come mia madre per caso, nel corso della conversazione, disse ch’io tenevo compagnia alla convalescente dalla mattina alla sera quasi di continuo, la signora Tàlice esclamò con un tono d’ironia manifesta, guardandomi:

– Che marito perfetto!

La mia irritazione crebbe così che mi risolsi, con un pretesto qualunque, ad andarmene.

Uscii di casa. Incontrai per le scale Maria e Natalia che tornavano accompagnate dalla governante. Mi assalirono secondo il solito, con un’infinità di moine; e Maria, la maggiore, mi diede alcune lettere che aveva prese dal portiere. Tra queste riconobbi sùbito la lettera dell’Assente. E allora mi sottrassi alle moine, quasi con impazienza. Giunto su la strada, mi soffermai per leggere.

Era una lettera breve ma appassionata, con due o tre frasi d’una eccessiva acutezza, quali sapeva trovare Teresa per agitarmi. Ella mi faceva sapere che sarebbe stata a Firenze tra il 20 e il 25 del mese e che avrebbe voluto incontrarmi là “come l’altra volta”. Mi prometteva notizie più esatte pel convegno.

Tutti i fantasmi delle illusioni e delle commozioni recenti abbandonarono a un tratto il mio spirito, come i fiori d’un albero scosso da una folata gagliarda. E come i fiori caduti sono per l’albero irrecuperabili, così furono per me quelle cose dell’anima: mi divennero estranee. Feci uno sforzo, tentai di raccogliermi; non riuscii a nulla. Mi misi a girare per le strade, senza scopo; entrai da un pasticciere, entrai da un libraio; comprai dolci e libri macchinalmente. Scendeva il crepuscolo; s’accendevano i fanali; i marciapiedi erano affollati; due o tre signore dalle loro carrozze risposero al mio saluto; passò un amico a fianco della sua amante che portava tra le mani un mazzo di rose, camminando presto e parlando e ridendo. Il soffio malefico della vita cittadina m’investì; risuscitò le mie curiosità, le mie cupidigie, le mie invidie. Arricchito in quelle settimane di continenza, il mio sangue ebbe come un’accensione subitanea. Alcune imagini mi balenarono lucidissime dentro. L’Assente mi riafferrò con le parole della sua lettera. E tutto il mio desiderio andò verso di lei, senza freno.

Ma quando il primo tumulto si fu placato, mentre risalivo le scale della mia casa, compresi tutta la gravità di quel che era accaduto, di quel che avevo fatto; compresi che veramente, poche ore prima, avevo riallacciato un legame, avevo obbligata la mia fede, avevo data una promessa, una promessa tacita ma solenne a una creatura ancóra debole e inferma; compresi che non avrei potuto senza infamia ritrarmi. E allora io mi rammaricai di non aver diffidato di quella commozione ingannevole, mi rammaricai di essermi troppo indugiato in quel languore sentimentale! Esaminai minutamente i miei atti e i miei detti di quel giorno, con la fredda sottigliezza d’un mercante subdolo il quale cerchi un appiglio per sottrarsi alla stipulazione di un contratto già concordato. Ah, le mie ultime parole orano state troppo gravi. Quel “Tu… potresti dimenticare?” pronunziato con quell’accento, dopo la lettura di quei versi, aveva avuto il valore di una conferma definitiva. E quel “Silenzio” di Giuliana era stato come un suggello.

“Ma” io pensai “questa volta ha ella proprio creduto al mio ravvedimento? Non è ella stata sempre un poco scettica a riguardo dei miei buoni moti?” E rividi quel suo tenue sorriso sfiduciato, già altre volte comparsole su le labbra. “Se ella dentro di sé non avesse creduto, se anche la sua illusione fosse caduta subitamente, allora forse la mia ritirata non avrebbe molta gravità, non la ferirebbe né la sdegnerebbe troppo; e l’episodio rimarrebbe senza conseguenza, e io rimarrei libero come prima. Villalilla rimarrebbe nel suo sogno.” E rividi l’altro sorriso, il sorriso nuovo, impreveduto, credulo, che le era comparso su le labbra al nome di Villalilla. “Che fare? Che risolvere? Come contenermi?” La lettera di Teresa Raffo mi bruciava forte.

Quando rientrai nella stanza di Giuliana, m’accorsi al primo sguardo che ella mi aspettava. Mi parve lieta, con gli occhi lucidi, con un pallore più animato, più fresco.

– Tullio, dove sei stato? – mi domandò ridendo.

Io risposi:

– Mi ha messo in fuga la signora Tàlice.

Ella seguitò a ridere, d’un limpido riso giovenile che la trasfigurava. Io le porsi i libri e la scatola delle confetture.

– Per me? – esclamò, tutta contenta, come una bambina golosa; e si affrettò ad aprire la scatola, con piccoli gesti di grazia, che risollevavano nel mio spirito lembi di ricordi lontani. – Per me?

Prese un bonbon, fece l’atto di portarlo alla bocca, esitò un poco, lo lasciò ricadere, allontanò la scatola; e disse:

– Poi, poi…

– Sai, Tullio, – m’avvertì mia madre – non ha ancóra mangiato nulla. Ha voluto aspettarti.

– Ah, non t’ho ancóra detto… – proruppe Giuliana, divenuta rosea – non t’ho ancóra detto che c’è stato il dottore, mentre eri fuori. Mi ha trovata molto meglio. Potrò alzarmi giovedì. Capisci, Tullio? Potrò alzarmi giovedì…

Soggiunse:

– Fra dieci, fra quindici giorni al piú, potrò anche mettermi in treno.

Soggiunse, dopo una pausa pensosa, con un tono minore:

– Villalilla!

Ella non aveva dunque pensato ad altro, non aveva sognato altro. Ella aveva creduto; credeva. Io duravo fatica a dissimulare la mia angoscia. Mi occupavo, con soverchia premura, forse, dei preparativi pel suo piccolo pranzo. Io medesimo le misi su le ginocchia la tavoletta. Ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo carezzevole che mi faceva male. “Ah, se ella potesse indovinare!” D’un tratto, mia madre esclamò, candidamente:

– Come sei bella stasera, Giuliana!

Infatti, un’animazione straordinaria le avvivava le linee del volto, le accendeva gli occhi, la ringiovaniva tutta quanta. All’esclamazione di mia madre, ella arrossì; e un’ombra di quel rossore le rimase per tutta la sera su le gote.

– Giovedì mi alzerò – ripeteva. – Giovedì, fra tre giorni! Non saprò più camminare…

Insisteva col discorso su la sua guarigione, su la nostra partenza prossima. Chiese a mia madre alcune notizie su lo stato attuale della villa, sul giardino.

– Io piantai un ramo di salice vicino alla peschiera, l’ultima volta che ci fummo. Ti ricordi, Tullio? Chi sa se ce lo ritroverò…

– Sì sì, – interruppe mia madre, raggiante – ce lo ritroverai; è cresciuto; è un albero. Domandalo a Federico.

– Davvero? Davvero? Dimmi dunque, mamma…

Pareva che quella piccola particolarità in quel momento avesse per lei un’importanza incalcolabile. Ella divenne loquace. Io mi meravigliavo ch’ella fosse così a dentro nell’illusione, mi meravigliavo ch’ella fosse così trasfigurata dal suo sogno. “Perché, perché questa volta ella ha creduto? Come mai si lascia così trasportare? Chi le dà questa insolita fede?” E il pensiero della mia infamia prossima, forse inevitabile, mi agghiacciava. “Perché inevitabile? Non saprò dunque mai liberarmi? Io debbo, io debbo mantenere la mia promessa. Mia madre è testimone della mia promessa. A qualunque costo, la manterrò.” E con uno sforzo interiore, quasi direi con una scossa della conscienza, io uscii dal tumulto delle incertezze; e mi rivolsi a Giuliana, per un moto dell’anima quasi violento.

Ella mi piacque ancóra, eccitata com’era, vivace, giovine. Mi rammentava la Giuliana d’un tempo, che tante volte in mezzo alla tranquillità della vita familiare io aveva sollevata d’improvviso su le mie braccia, come preso da una follia repentina, e portata di corsa nell’alcova.